Rensioni liriche di
MARCO DAVERIO

Giuseppe Verdi
JERUSALEM
Milano, 13 settembre 2001
Furlanetto, Mascheriakova, Iakaia - Purdy, direttore : Metha.
Ieri sera è andata in scena la prima rappresentazione al
Teatro alla Scala
dell'Opera Jerusalem di Giuseppe Verdi. L'opera fa parte del ciclo "Grandi
Teatri per Verdi" che ospita alla Scala alcuni dei più prestigiosi
spettacoli verdiani di altri teatri. In questo caso si trattava di una
produzione dalla Staatsoper di Vienna. E' stata quindi un' importante
occasione per assistere a lavori realizzati in altri paesi.
Prima dell'esecuzione la direzione della Scala ha invitato il pubblico a
raccogliersi in un minuto di silenzio per ricordare le vittime del tragico
atto di terrorismo in America. Il pubblico del teatro si è alzato in piedi
in un rispettoso e doloroso cordoglio.
L'orchestra dei Wiener Staatsoper era diretta da Zubin Mehta ed è stata la
vera protagonista della serata. Qualche elemento in meno rispetto
all'orchestra della Scala ma un suono luminoso, pulito, rotondo, che mai
sovrastava le voce dei cantanti sul palco. L'occasione era pressochè unica
per ascoltare alla Scala un Verdi diverso da quello di Muti che ormai
detiene il monopolio assoluto delle esecuzioni. Direi che l'esecuzione dei
Wiener insegna come un'orchestra d'opera non deve essere elefantiaca, non
deve coprire le voci sul palco. Direi che l'elemento equilibrio è una delle
caratteristiche principali di questa compagine orchestrale. Questo senza
nulla levare alla forza della partitura verdiana, all'intensità del suono
che è risultato sempre netto, sonoro, spettacolare, protagonista
dell'esecuzione insieme ai cantanti. Una grande esecuzione come da tempo non
ascoltavo !
Metha ha diretto con piglio e sicurezza. I tempi erano quelli classicamente
"verdiani": senso del teatro, attenzione alle voci, rifinitura degli
accenti
musicali. L'inevitabile paragone con Muti lo vede a mio avviso vincitore nel
terreno verdiano.Questione di gusti naturalmente ! Una direzione che
guarda
al senso del teatro e alle voci. Finalmente ho potuto risentire alla Scala
quei tempi e quegli accenti orchestrali in Verdi che avevo sentito in certi
grandi direttori del passato. Devo per onestà dire che il pregio di Metha
sta tutto qui. Non è certo poco, anzi... Ma manca sia il genio di un Abbado
che il senso italiano del melodramma che avevo per esempio sentito in
Gavazzeni.
Sul palcoscenico però il livello è sceso notevomente.
Capisco che è l'anno verdiano e che Vienna venga a Milano con un'opera di
Verdi. Ma non regge il confronto proporre alla Scala il coro della
Staatsoper in un'opera come questa. Di sicuro il coro austriaco è di livello
eccezzionale. In un momento del terzo atto ho sentito delle sonorità ed una
classe del più alto livello. Ma indicate più al coro dei carcerati nel
Fidelio o ad opere di altro repertorio. Il confronto col coro della Scala
non regge. Voci chiare, povere di volume e di rotondità, armonici scarsi...
Insomma un coro che non convince e non strappa l'applauso neppure nella
versione francese del "Signore dal tetto natio". Ora, un coro che non
convince in un'opera verdiana dove è fondamentale: immaginatevi il
risultato. L'opera è stata semplicemente affossata, spenta in molti momenti,
privata di molti passaggi significativi.
Povertà assoluta anche nel cast vocale.
Si potrebbe salvare Furlanetto nella parte dell'Eremita che in alcuni
momenti offre un'interpretazione significativa.
Ma il resto è dignitosa sufficienza, a livello di un'esecuzione di serie C
negli anni 70. Quelle repliche alla Scala per studenti o anziani dove
cantavano i sostituti dei sostituti. Devo dire però che gli austriaci
prestano attenzione alla precisione musicale: certe stonate di una Guleghina
o di un Licitra non si sono sentite ! Prestazioni modeste ma corrette .
La Mescheriakova affronta la parte col piglio giusto e buon senso del
dramma. Possiede inoltre un buon fraseggio nelle zone medie e una buona
musicalità. Ma questa parte difficilissima richiede ben altre doti canore.
Che non possiede questa cantante che non è nè carne nè pesce, nè lirico
spinta nè drammatico di agilità. La tecnica poi è davvero strampalata. Note
acute aperte, acuti in falsetto, agilità "abbaiate". E' vero che alla
Scala
si cimentò la Dimitrova che era come un elefante in una cristalleria in
questa parte. Però almeno c'era il resto, il canto verdiano pieno e
luminoso. Qui siamo nella dignitosa sufficienza.
Lo stesso dicasi del tenore Keith Iakaia-Purdy. Una voce monocorde,
completamente priva del fraseggio richiesto. Corretto e sicuro negli acuti
(in falsettone) ha però le caratteristiche di una voce da comprimariato.
Mediocri gli altri.
Corretta la regia di Robert Carsen, adatta immagino alle esigenze del
palcoscenico viennese.
Pubblico generoso e contestazioni solo alla soprano nella temibile aria,
perdonata però con un caloroso applauso nell'aria dell'ultimo atto.
Insomma a parte Metha e i Wiener non è che Verdi a Vienna vada poi meglio di
Milano.
Nostalgia per i tempi di Carreras e Ricciarelli o per l'edizione scaligera
diretta da Gavazzeni.
Giacomo Puccini
TURANDOT
Milano, 14 giugno 2001
Marc, Martinucci, Gallardo Domas, Papi, direttore: Pretre
Che emozione. Mi è sembrato per una serata di essere salito
nella macchina
del tempo e di essere catapultato nella Scala di 25 anni fa. Finalmente
una
rappresetanzione che può reggere il confronto con il livello e gusto artistico
di un tempo.
La regia di Asari tanto decantata mi è sembrata buona ma non certo
travolgente. Niete di nuovo a parte un tertezzo di giovani che si
sbizzarriscono in mosse di karate ed un gruppo di ancelle che gettano petali
di fiori. Il resto era abbastanza scontato e a tratti anche un pò banale.
Più bella e raffinata a mio avviso la vecchia regia di Zeffirelli !
Fulcro di questa operazione la direzione di George Pretre, subentrato al
purtroppo scomparso Sinopoli. Un'esperienza mitica ! Come direttore Pretre è
sicuramente discutibile soprattutto per certi tempi che spesso mettono in
difficoltà coro e solisti. Ma niente di nuovo, succedeva anche allora. Nulla
sembra essere cambiato. Stesse discussioni nel loggione e nel foyer, stesse
fazioni di pro e contro questi tempi, stese contestazioni alla fine. Ma
anche questo è la Scala ! Il mio parere è che a parte certe lentezze a
tratti un pò esasperanti in altri punti i tempi di Pretre sono magniloquenti
e gettano alcuni momenti della Turandot sotto una nuova luce di incredibile
bellezza musicale (ascoltasi il coro della luna!). Ancor più stupefacente in
questo direttore è il senso di opera come teatro musicale. La forza
espressiva, lo spazio dato al canto, il senso dell'arioso....insomma un'
esplosione sonora che non conosce limiti e "vola" nelle orecchie e nel
cuore
del pubblico. Una concezione che affonda le sue radici nel gusto degli anni
50 e costituisce forse un passo indietro a certe direzioni che hanno
sottolineato in quest'opera le intuizioni più moderne, quasi jazzistiche,
della partitura. A Pretre piace andare dove lo portano le sue sensazioni, il
suo spirito artistico, trascinando l'ascoltatore in questo entusiasmo. Si
sente che "ama" quello che dirige e ti coinvolge in questo amore.
L'ultimo
atto è stato esemplare per coerenza ritmica e senso del dramma. Un occasione
insomma per capire come il gusto di fare opera degli anni 50/70 non ha
niente da invidiare a quello attuale.
Il coro è stato il vero protagonista vocale della serata. Diciamo subito che
ci sono stati alcuni momenti di difficoltà sempre a causa dei tempi scelti
del maestro che hanno spiazzato non solo gli spettatori ma anche le masse
artistiche. Il coro in particolare aveva bisogno di ulteriori prove. Questo
è stato sicuramente un limite e si spera che nelle repliche le cose
migliorino. Ciò nonostante la prova offerta dal coro è stata eccellente.
Pretre lascia che il coro si lasci andare e canti a briglia sciolta. Così
il coro della Scala ha dato prova di essere uno dei cori lirici migliori del
mondo. Voci calde, piene; sonorità rotonde, tonalità perfette. Che gioia
sentire un coro così pieno di vita e di gioia nel cantare. Di più, questo
coro è composto da veri cantanti che chiamare coristi parrebbe limitativo.
Ho potuto sentire il vero gusto del canto italiano dove il coro
"parlava" e
"interpretava" quello che cantava. Una grande esperienza lirica.
Con gli interpreti solisti il livello vocale scende un pò ma si assesta ad
un grado tutto sommato sufficiente. Diciamo continuando il confronto con la
Scala degli anni 50/70 che sarebbe stato un cast per le repliche fuori
abbonamento. Chi crede che con questo voglia sminuire l'esecuzione si
sbaglia. Il mio vuol essere un complimento ! I casti di serie B di allora
oggi si mangiano a colazione quelli di seria A di certe esecuzioni dei nostri
giorni.
Buoni senza strafare i tre consiglieri Ping Pong Pang.
Buono anche se un pò troppo cavernoso il vecchio re di Papi.
Un pò deludente sotto il profilo vocale la Liù della Gallardo Domas. Questa
voce deve stare attenta. A furia di cantare Traviate sta perdendo il bel
timbro lirico che avevo ascoltato nei Racconti di Hoffamann e nel Faust. In
alto sforza un pò il suono e si sente che gli acuti sono un pò spinti.
Martinucci è anche lui un piacevole salto nel passato. 20 anni fa era alla
Scala il sostituo dei vari grandi: Domingo, Carreras, Pavarotti. E che
sostituto! Oggi almeno la Scala ha il buon senso di ripescare tra questi
vecchi artisti chi può fare meglio delle giovani leve. Martinucci resta
sempre un tenore con quei limiti che allora lo facevano retrocedre in serie
B alla Scala: volume piuttosto scarso, armonici limitati, fraseggio
compromesso da alcuni difetti di pronuncia, staticità sul palco...Questi
difetti restano oggi e si avvertono anche in questa Turandot. Quello che
invece sorprende è come questo tenore della vecchia scuola e ormai avanti
con gli anni, conservi una rotondità di timbro, un fraseggio, una facilità
negli acuti che oggi, francamente , nessun tenore della nuova generazione
possiede. Dal suo Calaf parecchi grandi nomi del panorama tenorile (da Cura
a Licitra) avrebbero molto da imparare.
Resta la protagonista, Alessandra Marc. Pemettetemi di liquidarla in modo un
pò sarcastico: una botte vuota ! Se il canto fosse proporzionale alla mole
del cantante la Marc sarebbe una nuova Nillson. Invece offre un'
interpretazione buona ma non eccellente. Si sforza di modulare, di
interpretare. Ma il fraseggio è quello che è e la voce si trova a suo agio
solo a tratti. Nel complesso però oggi è l'unica credo che possa cantare
questo ruolo dal'inizio alla fine, e sottolineo "cantare". Anche lei
poteva
essere una buona sostitua di una Nillson o di una Bork. 20 anni fa alla
Scala potevamo concederci il lusso di discutere sulle Turandot della
Dimitrova e della Marton. Il loggione era diviso in due opposte fazioni.
Fredda e altera la prima, "tutta voce" e poca anima, calda e sensuale
la
seconda, più "pucciniana". In mezzo passava quella della Stapp,
dignitosa e
senza colpo ferire. Alla Marc manca anche questa tradizionale
professionalità.
E poi il canto è un pò troppo freddo, quasi fosse una Walkiria.
Puccini chiede ben altro temperamento. Contestata alla fine.
Grande serata e suggerisco a chi può di andarla a vedere questa Turandot.
Vivrà una grande esperienza e un ricordo che resterà di riferimento nel
tempo.
Giuseppe Verdi
BALLO IN MASCHERA
Milano, 13 maggio 2001
Licitra, Guleghina/Luckas, Maestri/Caproni, Pentcheva, direttore Muti.
Dopo aver viste più rappresentazioni con entrambi i cast, mi
sento ora di
tirare un po' le somme di questo Ballo in Maschera alla Scala tanto discusso.
Le scene e la regia erano di grande impatto visivo. Belli gli ambienti che
ricostruivano perfettamente il gusto americano dell'epoca: il palazzo del
consiglio, la casa di Renato, il cortile della scena del ballo.. Molto
suggestiva la scena dell'antro dell' indovina con quei riflessi bluastri e
le candele che mi ricordavano quei film sulla "santeria" e i vodoo.
Certo la
Cavani esce dal cinema e si vede. Però al di là di una ricostruzione molto
bella ed accurata degli ambienti e dei costumi.. nulla! Nessuna novità,
nessun azzardo creativo, nessuna lettura tra le righe del testo. Meglio così
comunque di certe idee dissacratorie tipo quel ballo a Madrid con i
congiurati seduti sui gabinetti !!! Una regia insomma di grande respiro ed
impatto visivo.
L'esecuzione musicale presentava, ahimè, svariate pecche.
La direzioni di Riccardo Muti è stata non poco discontinua. Sembra
impossibile oggi leggere una critica su questo direttore considerato dalla
critica un' icona inviolabile. Trovo invece che ci siano svariate occasioni
per riconoscerne non solo il valore ma anche i limiti. Certo i momenti di
grande musica degni del massimo teatro milanese ci sono indubbiamente stati.
Per esempio tutta la seconda parte, la scena del cimitero, è stata a dir
poco magnifica. Era da ascoltare il senso del dramma, la delicatezza e
precisione dell'accompagnamento, la raffinatezza del coro. Non meno geniali
erano altre occasioni, come la scena del vaticinio dell'indovina o l'attacco
dell'ultima parte nella casa di Renato. Anche certi accompagnamenti alle
arie dei solisti ( in particolare "Eri tu." e "Ah se m'è forza
perderti.")
erano di grande bellezza e respiro. Ma a parte questi periodi veramente
eccezionali, Muti sembra mancare di una visione musicale complessiva dell'
opera e il ritmo musicale narrativo si allenta e si perde per strada. La
tensione continua, la brillantezza del discorso musicale, l'alternanza tra
serio e faceto in più momenti latitano. Muti sembra incanalare l'esecuzione
sull'unico binario della tragedia e dell'amore. Ma si sa che Verdi nel
Ballo, come in altre opere, ama alternare il dramma con il comico, qui
rappresentato da Oscar. Questo alternanza, che è la vera grande originalità
delle opere verdiane, si perde nell'esecuzione di Muti. Via il comico, la
brillantezza delle scene del ballo, la dinamica giocosa di certi insiemi
come la fine della prima scena ("Signori oggi d'Ulrica alla magion vi
invito.") o il finale della scena dell'antro della maga (E' scherzo od è
follia.) o anche la stessa scena finale del Ballo che più che un momento di
gioia collettiva sembrava già una marcia funebre che precede la morte di
Renato. Eppure la grandezza del lavoro di Verdi sta proprio nel calare la
tragedia della morte di Renato nella commedia della gioia conviviale del
ballo. Un gioco di luci e ombre che a Muti sfugge completamente. Perso
questo gioco drammatico resta un'esecuzione accurata ma nel complesso un po'
noiosa e incompleta.
Gli interpreti di questa produzione sono stati di un livello a dir poco
scandaloso e fortemente contestati non solo alla prima rappresentazione.
Il protagonista Licitra, che in altre occasioni aveva dimostrato di essere
una buona promessa, si è rivelato invece una grande delusione. Fatta salva
la bellezza del timbro, un certo sforzo nel fraseggio e nella ricerca delle
mezze voci una certa buona impostazione complessiva del registro di centro,
quando la voce sale è un disastro. Esisto tenori con acuti brutti (specie in
fine carriera) oppure poco squillanti e magari anche calanti. Quanti
cantanti si sono sentiti anche alla Scala con questi difetti ! Ma Licitra
gli acuti non li ha proprio ! Come poter chiamare quei suoni indefiniti che
non escono neppure dalla bocca fermandosi nella faringe, andando indietro e
perdendosi nelle quinte anziché finire nelle orecchie del pubblico ? Dopo
aver ascoltato proprio alla Scala edizioni con Carreras e Pavarotti qui il
livello non scende di qualche gradino, cosa forse anche tollerabile, ma
sprofonda nelle cantine anzi, più sotto, nelle fondamenta.
Non parliamo dell'Amelia della Guleghina. Un supplizio dall'inizio alla
fine. Voce ormai usurata dalle troppe Abigaille e Lady Macbeth (ma perché si
accettano queste sfide che anche le assi del palcoscenico sanno aver ucciso
vocalmente più di una cantante ?) la Guleghina è caduta in ogni singola
trappola o anche semplicemente angolo buio della parte. Questa ruolo deve
essere affrontato o da una grande soprano lirico spinto come erano la
Ricciarelli o la Caballè (e la Luckas che ha sostituito la Guleghina ha
cantato meglio essendo voce con una buona impostazione lirica) oppure
bisogna essere un drammatico di agilità come la Leontyne Price o la Callas o
come fu la Zampieri. La Guleghina invece affronta sì la parte come
drammatico di agilità ma non ne ha le capacità per reggerla. Cali di
intonazione, acuti laceranti al limite dell'urlo, filati non sostenuti dai
fiati.. In una parola: inascoltabile !
Il previsto nuovo astro Maestri è stato sostituito dal baritono Caproni. Per
quel poco che si è potuto sentire del Maestri è meglio tacere giacchè era
indisposto. Del Caproni si può dire che, per quanto non brilli di una voce
particolarmente bella o ricca d'armonici e sia interprete tutto sommato
monotono, è stato il migliore del cast. La tecnica almeno c'è ed è quella
giusta. Pur senza dare una esecuzione di rilievo ha portato correttamente a
termine il suo compito con sicurezza e solidi acuti.
La Pentcheva non ha né il colore né il peso vocale per Ulrica.
Buoni i "congiurati" Parodi e Boldrini.
Scandaloso l'Oscar della Sala dagli acuti urlati a squarciagola.
L'opera è stata duramente contestata alla prima. Durissima la reazione del
direttore e dei cantanti che hanno giustificato i fischi come la reazione di
"venti maleducati". Anche alcuni noti critici hanno manifestato il
loro
disappunto definendo addirittura i contestatori "terroristi". A questi
ultimi voglio manifestare tutto il mio disprezzo personale per il loro
opportunismo e per la loro viltà intellettuale. Perché non hanno manifestato
lo stesso disappunto nell'edizione precedente quando la soprano fu duramente
contestata e fu subito sostituita la sera successiva? Allora non tirava
quest'aria di difesa ad oltranza delle produzioni. Allora il pubblico,
soprattutto quello del loggione, era tenuto in considerazione. Oggi invece
la moda è diversa: indignazione e disapprovazione. Negli Stati Uniti il
critico musicale è una persona disponibile, intelligente, brillante, che
gira anche nei più sperduti teatri nella speranza di capire un nuovo
interprete e di renderlo grande presentandolo ai suoi lettori. In un poche
parole è un vero giornalista. In Italia invece ultimamente persiste un
gruppo di critici opportunisti, impomatati, cauti nell'esprimere un
dissenso che possa anche solo scalfire le direzioni artistiche dei teatri
che prontamente li invitano a tutte le occasioni imbottendoli di salatini,
pasticcini e coppe di spumante. Fosse champagne. ma questi critici si
accontentano di poco, anche del più nostrano Berlucchi. E così un invito di
qua, un favore di là, oggi una cena, domani un pranzo, ieri una dotta
conferenza, dopodomani un erudito intervento. la recensione è sempre
positiva. Li vedi alle prime e ad ogni occasione mondana. Ma alle repliche
con i nuovi cast o ad ogni manifestazione che pecchi di mondanità non li
vedi mai, il loro odore di stantio manca. Sono di una cultura che non
mancano mai di estrernare, tronfi del loro nozionismo, staccati nella loro
alterigia, abili affabulatori, grandi tessitori di lodi e si sprofondano
in
dissertazioni culturali per ogni nota prodotta dal maestro Muti.
Troverebbero musicale persino un suo peto ! Mi ricordano molto la fiaba dell
'imperatore nudo. Ve la ricordate la storia dei vestiti dell'imperatore, che
non esistono ma lui ci crede perché tutti i suoi consiglieri ne descrivono
la bellezza ? Alla fine un bambino arriva e dice: "Mamma, ma il Re è
nudo!".
Ecco, i contestatori della prima mi sono sembrati un po' come quel bambino.
Quanto agli artisti che liquidano la cosa come il gesto di "venti
maleducati" faccio presente che è troppo comoda come
giustificazione. La
realtà è che la qualità artistica di certe esecuzioni alla Scala è di
livello semplicemente scandaloso. Negarlo, fare gli struzzi e nascondere la
testa nella sabbia, non serve a niente. E' ora che invece di tacciare un
pubblico di qualità ci si assuma le proprie responsabilità. Se la direzione
artistica non funziona nella scelta dei cast o delega a un'altra persona più
competente oppure fa i bagagli e se ne và. Questa colpevolizzazione degli
spettatori è deplorevole quanto assurda e arrogante. La morte del teatro
lirico, come risulta chiaramente da un Ballo in Maschera di cui Fontana ed
Arcà dovrebbero solo arrossire per la vergogna.
Giuseppe Verdi
GIOVANNA D'ARCO
Genova 12 maggio 2001
Devia, Vassillo, Momirov, direttore: Nello Santi
Felicissima produzione a Genova della Giovanna d'Arco di Verdi
con la regia già vista a Bologna di Herzog (fischiata dal pubblico genovese
alla fine dell'opera).
Cominciamo dall'orchestra. Si discuteva in precedenti interventi dell'importanza
dell'esecuzioni sinfoniche per le orchestre liriche (vedi Scala) e altre
dissertazioni analoghe.
Sarei curioso allora di sapere cosa hanno certe grandi orchestre che quella di
Genova
non ha. Forse il volume, il suono rifinito, la timbrica ed altre finezze... Per
quanto mi riguarda ha
suonato in modo ECCELLENTE, in perfetta sintonia con le voci. Anzi, per
una Giovanna d'Arco meglio un'orchestra così che una troppo ridondante o
fracassona..
Della direzione di Nello Santi vorrei solo scrivere che sinora è stata la
migliore direzione verdiana che ho sentito in questo anno del centenario.
Tempi giusti, rapporto perfetto con le voci, senso del ritmo narrativo e del
teatro. Un'esecuzione asciutta ed appassionata senza essere pedante e
cervellotica come quella di Muti, fracassona come quella di Metha o
"hollywoodiana" come quella di Levine. Una direzione perfetta, in
linea con la
tradizione rispettosa del canto, che nelle opere di Verdi dovrebbe essere il
vero protagonista ( e non un optional come pensa Muti). Santi ha creato il
clima giusto senza andare alla ricerca di inutili ricercatezze che,
ammettiamolo francamente, in un certo Verdi non esistono. Perdonate
l'entusiasmo ma credo che a parte certe parentesi geniali (Abbado, Karajan,
Kleiber...) queste dovrebbero essere le direzioni di riferimento per la
solidità e continuità dei teatri di tradizione. Esecuzioni che parlano da sè
nella loro franca e schietta linearità e non necessitano per fortuna degli
sproloqui dei critici per essere apprezzate o delle pedanti dissertazioni
degli stessi direttori. Vanno dritte al cuore dell'ascoltatore e si lasciano
amare da sole.
Buono il coro.
La Devia è stata una Giovanna STREPITOSA. Finora in questo 2001 lirico la sola
sorpresa
veramente interessante è stata lei. Una cantante che ha dimostrato
di avere ancora tanto da dire o meglio, da cantare. Dopo averci stupito con
la sua Borgia non può che lasciarci a bocca aperta di fronte a questa
sublime Giovanna dove riesce ad essere credibilissima anche nei momenti più
concitati sfoggiando un vero accento verdiano. Da ammirare e soprattutto da
ascoltare. Una prova frutto di uno studio notevole e una scommessa vinta a pieni
titoli.
Bravissimo anche il baritono Vassillo. Non voglio gridare "finalmente un
baritono verdiano". Però devo riconoscereche mi è
sembrato cantante notevole, dotato di una buona tecnica e un solido
timbro, unitamente al
corretto fraseggio. Un pò chiara la voce ma col tempo destinato a riservare
molte sorprese.
Censurabile il tenore Momirov. E da censurare soprattutto la direzione
artistica che l'ha fatto cantare quando sul mercato poteva esserci di
meglio. Per fortuna era almeno intonato.
Insomma finalmente un Verdi che valga la pena di ascoltare nell'anno della
sua celebrazione.
Giuseppe Verdi
DON CARLOS
Napoli, 24 aprile 2001
La Scola, Theodossiu, Nucci, Komlosi,Van Dam, direttore:Ferro
Ho ascoltato alla radio alcuni giorni fa la diretta da Napoli del nuovo
allestimento del Don Carlos. Premetto che un ascolto radiofonico va sempre preso con
le pinze anche se di solito la registrazione con tutti i suoi mezzi tecnici
diminuisce gli eventuali difetti. Quindi se il livello della radiodiffusione
era musicalmente così preoccupante, mi immagino come doveva essere in sala.
L'orchestra mi è sembrata pesante e con ritmi a tratti esageratamente lenti.
Tipico di Ferro comunque che è riuscito a rendere di piombo anche le più
movimentate partiture rossiniane. A tratti può funzionare come nell'aria del
basso e nel duetto successivo o in certi momenti solenni. Ma per il resto la
direzione affossa il ritmo generale dello sviluppo drammatico e le
raffinatezze "spagnoleggianti".
Il protagonista La Scola a furia di cantare ruoli così pesanti si è ridotto
la voce a livelli a dir poco imbarazzanti. A parte la vistosa stonata nella
prima scena e fatta salva qualche buona intenzione vocale, la voce è ormai corretta solo
nei piani e nelle mezze voci. Appena tocca accenti drammatici o il registro
acuto, non fa altro che spingere rovinando la linea melodica e perdendo
qualsiasi fraseggio. Una sofferenza ascoltarlo.
Nucci dimostra grande esperienza e mestiere ma in Verdi si trova a suo agio
solo nel canto lirico. Nel fraseggio può concitato e drammatico spinge anche
lui rivelando delle pecche. Tra l'altro è sempre stato un baritono verdiano con
riserva. Ha bei momenti nella scena della morte.
Le Theodossiu rivela luci e ombre. Vocalista di tutto rispetto spiega
accenti riservati alle grandi interpreti soprattutto nella linea più lirica
e intimistica. Ceri fiati rubati, certe mezzevoci, certi accenti li ho
sentiti solo nella Caballè. Però la voce rivela una certa stanchezza tipica
di chi ha voluto affrontare troppo presto ruoli vocalmente pesanti. Non si
può cantare lunedì Attila, mercoledì Bolena e venerdì Stiffelio..... Il
registro acuto accusa già evidenti segni di logorazione. Speriamo non
diventi una seconda Sass o Suliotis.
La Komlosi, voce interessante e prestigiosa Eboli alla Scala, è scivolata
sulle bucce di banana di cui il ruolo della principessa Eboli è
disseminato. Forse era meglio affrontare questa parte dopo una maggiore
dimestichezza con la vocalità rossiniana.
Evidentemente avanti con gli anni van Dam, a cui non sono mancate "grattate"
e cali di voce. Però a mio avviso con la sua classe è stato il migliore della serata.
Patetico il commento alla radio di Gualerzi tra un atto e l'altro che ha
definito questa mediocre edizione come "il miglior Don Carlos possibile
oggi...". Cosa non si è disposti a dire pur di avere un microfono della RAI
davanti alla bocca. Persino rievocare il fantasma della Callas dicendo che
la Theodossiu ha un volto che assomiglia a quello della prima Callas. Certo ha avuto
almeno il pudore di lasciar stare la voce. Però mi sembra che la Theodossiu
pesi almeno 50 kg. meno della prima Callas a meno che non sia ingrassata di
colpo in questi ultimi giorni. Non aggiungo altro. Certe uscite di queste
lunghe voci delle direzioni artistiche si commentano da sole . Lasciamo almeno la Divina in pace
!
Gaetano Donizetti
L'ELISIR D'AMORE
Milano, 13 aprile 2001
Sabbatini, Ciofi, De Candia, Keenliside, direttore: Rizzi
Brignole
Per fortuna era venerdì santo, così almeno ho fatto penitenza. Non saprei
trovare altro motivo per essere rimasto in teatro fino alla conclusione invece di
uscire alla fine del primo atto. Partiamo dalla direzione di Rizzi Brignoli.
Orchestra ridottissima, a tratti appena udibile. Sembrava di ascoltare un
concerto cameristico. Peccato perchè l'intenzione c'era e i tempi erano
adeguati. Purtroppo forse per le scarse prove ci sono stati non pochi
momenti di defaillances tra solisti, coro e orchestra. Un'edizione
musicalmente grigia, monocorde, noiosa, completamente priva di gioia e
vitalità. Un mattone gettato in uno stagno. Faceva a pugni con la regia e le
scene così spiritose tanto da far sembrare la direzione di Brignoli ridicola.
Francamente non capisco la volontà di fare dell'Elisir un'opera quasi
"sussurrata", un saggio cameristico. Non funziona come ha dimostrato il gelo
del pubblico, veramente mai visto alla Scala, che di solito alle prime è così generoso.
I solisti un pò tutti fuori posto.
Il protagonista Sabbatini si è riscattato solo nella Furtiva lacrima, unico
bel momento della serata calorosamente applaudito a scena aperta. Il resto è
stato come se si sentisse a disagio nel ruolo. Vocalmente il fraseggio non esiste. La
voce è piccola, schiacciata, poco rotonda ed incisiva. Un loggionista maligno
diceva che sembrava la voce di uno al citofono. Ne è uscito un Nemorino
esangue, pallido, praticamente privo di personalità. A nulla valgono gli sforzi di
supplire con la tecnica e le squisitezze vocali. Con Nemorino non basta. Non
è l'Arturo dei Puritani o L'Edgardo della Lucia. La recitazione poi non
esiste. A confronto Pavarotti o Bergonzi coi suoi pon pon sui calzini sono
dei Laurence Olivier.
Patrizia Ciofi ha una voce da Zerlina che prestata ad un ruolo di
ben altra pasta. Tutto sommato è brava ed educata. Ma sforza ovviamente e la
voce diventa disomogenea ed ingolata.
De Candia è un Dulcamara inesistente sia sul profilo vocale che scenico. Si
salva solo per la correttezza di un fraseggio che tanto deve al suo maestro
Bruscantini.
Keenliside è una voce più da basso baritono che da baritono e così si sente
che è fuori luogo nei apssaggi più acuti. Tanto di cappello quanto a tecnica
e professionalità. Poco incisivo e per nulla tracotante come la parte
richiede.
Insomma un'esecuzione che potrebbe funzionare in una sala di incisione
discografica ma non alla Scala. Gelo generale come dicevo e applausi di
cortesia alla fine da un pubblico che aveva fretta di andarsene a casa. A
guardare il pubblico in sala sembrava stessero ascoltando il Requiem invece
che l'Elisir.
Gaetano Donizetti
LUCREZIA BORGIA
Bologna, 11 marzo 2001
Mariella Devia, Giovanni Filianoti, Giorgio Surjan, direttore: Callegari
Sono appena tornato da Bologna dove ho potuto finalmente ascoltare la
Lucrezia Borgia che si è persa nell'etere di Radio 3 e di cui i giornali
hanno parlato poco. Il che è un vero peccato perchè questa edizione della
Borgia è degna di figurare nella storia delle grandi rappresentazioni di
quest'opera. Andiamo masochisticamente a sentire le Norme filologiche, i
Trovatori epurati dalle puntature... e via con analoghi purganti. E' un
delitto perdersi questa Borgia, ve l'assicuro.
La regia di Martinelli (al suo debutto)è piuttosto povera. Una specie di
gigantesco calice in cui si muovono i personaggi che alla fine si chiude imprigionando i protagonisti nella scena del ballo.
Roba già vista ai tempi del Belisario di Venezia con la Gencer . Però
abbastanza gradevole e si capisce che si gioca al risparmio ma con risultati
soddisfacenti.
Callegari ha diretto con esiti alterni. Anzitutto devo dire che ho trovato
eccessiva l'orchestra del Comunale. Saranno stati una sessantina di
strumenti tutti stipati in una fossa piuttosto stretta e l'ultima fila con
fiati e percussioni infilati sotto una specie di tettoia formata dal
prolungamento del palcoscenico. Ne uscivano sonorità piuttosto cupe e
"inscatolate" e comunque un volume di suono troppo forte per un teatro come
il Comunale. Secondo me sarebbe stato meglio usare un'orchestra con un
numero ridotto di elementii. Il direttore poi ha pestato il pedale quasi
sempre a volte con l'effetto di un elefante in una cristalleria. Tutto il
prologo è stato praticamente schiacciato dal peso dell'orchestra che
senbrava uno schiacciasassi, considerando anche che le voci dei solisti non
erano monumentali. In altri momenti invece ha dato prova di una buona
bacchetta, soprattutto coi cori e un pò tutto l'ultimo atto è stato diretto
con polso sicuro ed efficace. Ma Callegari non è certo Bonynge e in Donizetti non ce lo vedo proprio.
Notevole il coro di voci maschili. Averne di cori così !
Buoni i vari comprimari (una volta tanto !).
La mezzo Bienkowska è stata sufficiente ma decisamente al di sotto degli altri solisti.
Buono il Duca di Surjan. Non è stato travolgente nell'aria e nella cabaletta
ma ha sfoggiato un talento e un gusto interpretativo di tutto rispetto nella scena del secondo atto.
Ma ad elevare il clima della serata ai massimi livelli sono stati i due protagonisti.
La Devia è stata una Lucrezia Borgia storica. Certo la sua era una sfida che
ha fatto tremare più di uno dei suoi fans. Ma la sfida è stata vinta con
esiti trionfali come si merita chi "ritorna vincitor". E uscire vincitrici
in una Borgia non è cosa facile. Soprattutto per una Devia a cui pesano un
volume piuttosto esiguo, un fraseggio algido, uno scarso peso drammatico, una
voce a tratti querula.... Tutti questi limiti ci sono e si sentono. Il
fraseggio non sfiora neppure il languore di una Caballè, nè tantomeno la
grinta di una Gencer e neppure la regale solennità di una Sutherland. Di più
la Devia è piuttosto impacciata nella scena e più che una nobildonna tanto
temuta sembra una semplice casalinga. Però bisogna dire che Devia triumphat
proprio dove ci aspettiamo che cada usando soprattutto la testa,
l'intelligenza, riuscendo così a trasformare i limiti in pregi. Non cade
nella trappola di rifarsi ad altre interpretazioni o a cercare accenti
drammatici che non possiede (errore per esempio in cui è caduta la Dessay
nella Sonnambula scaligera). La Devia propone una Borgia che calza come un
guanto alla sua vocalità e temperamento. Una Borgia soprattutto lirica,
fragile, dolente. Discutibile nell'aria di ingresso per le eccessive
variazioni un pò troppo rossiniane (che coprono però abilmente le parti
troppo gravi della tessitura !) si riprende nel secondo atto (dove ci si
aspetta debba soccombere alla drammaticità della parte) sfoderando una
capacità di trasformare in accenti i virtuosismi canori, trionfa nel finale
lirico dai tempi dilatati ma perfetti al suo personaggio. Insomma la sua è
una Borgia personalissima e degna di stare a fianco delle succitate prime
donne. Certo la migliore oggigiorno che fa piazza pulita di banali e
maldestri tentativi tipo la Fleming.
Piacevole rivelazione della serata il Gennaro del tenore Filianoti. Che si
sarebbero sentite cose straordinarie dalla Devia c'era da aspettarselo. Ma
ascoltare questo tenore è stata una piacevole sorpresa per la serata.Ancora
piuttosto giovane e dalla voce da completarsi nella pastosità e nella
timbrica tuttavia ha mostrato una stoffa fuori dal comune che di solito ho
sentito nei grandi. Intanto è finalmente un tenore che canta con lo stile e
l'impostazione degna di questo termine. Gli armonici non sono favolosi ( ma
meglio di Sabbatini) e il passaggio tradisce qualche immaturità. Ma ciò
nonostante ho ascoltato uno splendido Gennaro. Filianoti non canta
solamente: interpreta. E il suo finale è stato veramente commovente. E'
riuscito a riscaldare l'atmosfera dando anche un pò di calore alla Devia.
Il suo è l'antico stile di "porgere la voce" con il canto che risulta
perfetto per Donizetti a tal punto da far capire come mai in origine il
compositore aveva voluto chiudere la sua opera con l'aria di Gennaro. Mi è
spiaciuto che in questa edizione gli sia stata tolta sia l'aria del secondo
atto che quella del finale. Forse che avrebbe potuto gettare un ombra sul
trionfo della primadonna ?